VENETO, TERRA ITALIANA DOVE I RAPINATORI SONO RIMBORSATI DAI RAPINATI! Racconto narrativo! - worldnotix

VENETO, TERRA ITALIANA DOVE I RAPINATORI SONO RIMBORSATI DAI RAPINATI! Racconto narrativo!

 

IL COMMERCIANTE VENETO ROVINATO DAL RISARCIMENTO…AL SUO RAPINATORE.

Era novembre inoltrato in quel paese del profondo Nordest. La nebbia fitta avvolgeva case, persone, macchine, e qualsiasi cosa fosse all’aperto. Nel paese di Giorgio Beltramin era quasi arrivata l’ora di cena, ed ogni commerciante del paese era indaffarato nella chiusura del suo negozio.
Giorgio Beltramin era uno di loro. Era il tabaccaio di un piccolo paese, del profondo e ricco Nordest, nel III millennio. Quella fredda e umida sera di novembre era dentro alla sua tabaccheria. Le serrande erano tirate giù a metà, la porta di entrata appoggiata senza un giro di chiavi nella serratura. Giorgio stava finendo il conteggio delle monete da riporre nel solito sacchetto che, di lì a poco, avrebbe depositato nella cassetta di deposito della banca.
A casa lo aspettava un minestrone di pasta e fagioli, caldo e appetitoso. Già sentiva l’acquolina in bocca. Lui lo avrebbe insaporito con una quantità sporopositata di formaggio grana padano. Sua moglie lo avrebbe redarguito, avrebbe bofonchiato per qualche attimo, poi sarebbe tornata a sbrigare le faccende della sera.
Pensare a tutto questo gli faceva sentire meno la stanchezza di 12 ore passate dietro il bancone della tabaccheria. Aveva aperto la tabaccheria da meno di un anno, e ancora non poteva permettersi la collaborazione di un dipendente. In famiglia l’unica persona su cui poteva contare era sua moglie, ma quel giorno aveva avuto talmente tanti impegni che non le avevano permesso di dare il cambio al marito per un po’ di ore.
Il mucchio di monete che stava contando diminuiva a vista d’occhio. Sentiva i polpastrelli dell’indice e del pollice della mano destra informicolarsi dal continuo maneggiare che faceva da più di 20 minuti.
All’improvviso sentì il rumore metallico della serranda che vibrava con forza, vide aprirsi con violenza la porta del negozio che andò a sbattere contro una scaffalatura posta dietro la porta stessa.
Fece un balzo all’indietro, spaventato e incuriosito buttò la testa fuori dal bancone con prontezza. Si trovò di fronte un viso completamente sformato e offuscato nei colori naturali, della pelle e dei capelli. In un momento lo assalì un senso di angoscia e paura. Si buttò con il corpo il più indietro possibile, quasi lasciando cadere. Si trovò di fronte il buco di una canna di pistola, di cui vedeva il profondo nero da cui arrivava fuori il proiettile.
Una voce rauca e falsata, in un italiano stentato, pronunciò “Stai fermo e fai quello che ti dico”.
Giorgio sudava su tutto il corpo, alzò le mani perché chi aveva davanti non facesse azioni azzardate.
Si fece forza e pronunciò quasi balbettando: “La p-prego…non…non faccia cose azzardate!”.
Si sentiva sudare di paura in tutto il corpo, ma nella mente tutto gli diceva che doveva reagire a quella paura. Doveva rimanere padrone di se stesso e della situazione.
Il rapinatore tenendo la pistola puntata sulla faccia di Giorgio lo minacciò: “Fai quello che dico o io ti spapolo facia con mia pistola”.
Il modo di parlare del rapinatore dette a Giorgio la certezza che si trattava di una persona dell’Europa dell’Est.
Cominciò a dominare l’angoscia dei primi attimi. Cominciò a pensare, ad elaborare un piano d’azione. Per quello che gli sarebbe stato possibile!
Il rapinatore diede una scorsa all’intero negozio, cercando la merce di valore che gli sarebbe convenuto portare con sé.
Giorgio approfittò di questa inaspettata curiosità del rapinatore per tentare di interessarlo e distrarlo nello stesso tempo. Disse: “Sembra che lei abbia l’occhio esperto nel riconoscere la merce di valore. O mi sbaglio?”.

http://www.youcanprint.it/fiction/fiction-brevi-racconti-autori-singoli/cronache-di-indipendenza-del-veneto-9788892629622.html

Il rapinatore tentennò. Mosse la pistola da davanti al viso di Giorgio. Non si aspettava un’osservazione del genere. Giorgio intuì che lo prendeva un certo nervosismo.
Fu questione di pochi attimi. Il rapinatore tornò su Giorgio quasi rabbioso. Afferrò il calcio della pistola con le due mani e arrivò con la canna a pochi centimetri dal viso di Giorgio. Disse con foga: “Stai atento! No fare mose false o io sparo!”.
Giorgio ingurgitò saliva rilasciando un chiaro suono gutturale e muovendo leggermente la testa.
Il rapinatore gli lanciò in faccia un sacchetto di stoffa e disse: “Meti qui dentro tuti soldi che hai e stai zito!”.
Giorgio notò un leggero tremolio della pistola.
“Guarda!”-esclamò calmo e deciso-”Metto tutti i soldi che ho nel sacchetto che mi hai dato tu!”.
Si mise in una posizione tale che il rapinatore, anche stando di fronte al bancone, potesse osservare ogni sua mossa. Muoveva soldi, sacchetti e qualsiasi altro oggetto, con la cautela di un artificiere di fronte ad una bomba da disinnescare.
Il ripiano dove Giorgio si era appoggiato per svolgere le operazioni di riempimento della sacca dei soldi, aveva sotto di sé un cassetto con dentro una pistola.
Giorgio lo aveva in mente dal primo momento in cui il rapinatore si era scaraventato dentro il negozio. Ora, con tutta la calma e la sensibilità che il caso richiedeva, stava cercando l’occasione giusta per aprire il cassetto, impugnarla e sventare la rapina.
Questa era la sua intenzione. Una sua idea che sapeva essere rischiosa, imprudente…da scavezzacollo! Non per questo aveva intenzione di rinunciarci! Anzi, il fatto gli dava qualche brivido di emozione!
Quasi per dimenticare la drammaticità e pericolosità del momento, cercò di immaginarsi come una sorta di “eroe del giorno”. I titoli sui giornali, le trasmissioni tv, i post sui social network, avrebbero parlato di lui come delil tabaccaio che ha sventato una rapina e ha fatto arrestare il suo rapinatore.
Tutto durò una manciata di secondi. La voce del rapinatore gli tornò odiosa dentro le orecchie. “Fai presto italiano di merda! Dammi i soldi!”.
Il rapinatore aveva disteso braccio e mano sinistri al di là del bancone, pronti ad afferrare la sacca con il malloppo.
Braccio destro, mano destre e pistola rimanevano dall’altra parte del bancone, coperte da espositori vari sistemati sulla parte del bancone da cui non c’era necessità di comunicare tra i due lati.
Giorgio decise nell’istante stesso in cui vide il rapinatore in quella posizione di agire come aveva progettato.
Per creare un diversivo fece una voce arrabbiata e dando le spalle al rapinatore per coprire il ripiano dove stava lavorando disse con voce urlata: “Lei però non può offendermi! Io pretendo rispetto per la mia dignità di persona umana!”.
Gli tornò una sensazione di ansiosa paura, come all’inizio della rapina. Non sapeva cosa aspettarsi, ma agì distinto. Aprì il cassetto, afferrò la pistola e la infilò sulla cintura dei pantaloni, all’altezza dell’ombelico, coprendola con il maglione. Riportò le mani sul ripiano, tra i soldi e le sacche. Fini di riempirle, le afferrò e si girò verso il rapinatore che non aveva smesso di tendere braccio e mano.
“Hai finito italiano di merda?”-ripetè il rapinatore seccato.
“Io non sono italiano! Non mi sento italiano!”-rispose Giorgio con voce altrettanto seccata e decisa.
Teneva le sacche con le mani protese verso l’alto. In ogni mano una sacca.
Le impugnava in maniera tale da essere pronto a lanciarle contro il rapinatore, appena lo avesse ritenuto vantaggioso per impugnare la pistola e puntarla contro il rapinatore stesso.
“Ah! Tu no sei italiano?”-domandò con tono ironico il rapinatore.
“Assolutamente no! Io nei miei 43 anni di vita mi sono sempre sentito un veneto! Qui sono nato, cresciuto, vissuto ogni più importante fatto della mia vita! Qui ho intenzione di morire da veneto! No! Proprio non sono italiano!”.
“A me no mi frega niente di quello che ti senti tu! Dami i soldi e basta!”-disse con voce sprezzante.
Giorgio decise in quel momento di agire per sventare la rapina. In un batter di ciglio scagliò la sacca che teneva in alto, sul braccio sinistro, sugli espositori sopra il bancone che si riversarono sul braccio destro del rapinatore, dove c’era la pistola. Scagliò immediatamente dopo la sacca tenuta sul braccio destro, su braccio e mano sinistri del rapinatore, ancora protesi in parte oltre il bancone.
Il rapinatore cadde disordinatamente a terra. Farfugliò parole incomprensibili. Sbattè la testa contro uno scaffale-vetrina rompendo un vetro. I capelli castano chiari cominciarono a macchiarsi di piccole chiazze di sangue schiacciate dall’aderenza della calza.
Nel frattempo Giorgio impugnò la pistola, uscì deciso dal bancone, andò verso il rapinatore tenendogli la pistola puntata addosso.
“Stai fermo lì! Lascia andare la pistola e non muoverti!”. Tolse la sicura alla sua pistola e mosse il grilletto più volte. Voleva che quei “click” fossero sentiti in modo nitido, inequivocabile segnale che non stava giocando.
“Bastardo veneto, italiano o che cazzo tu sei! Io ti amaso!”-urlò con voce sofferente.
Si rialzò con la schiena, appoggiò il gomito destro sul pavimento facendo una mezza torsione col busto, si diede slancio e tornò a protendere braccio e mano con la pistola verso Giorgio.
Tutto avvenne in un momento.
Giorgio urlò “Fermo”, il rapinatore riurlò “Bastardo ti amaso”, la pistola di Giorgio gridò cupamente “Bang”. Fece un rumore simile a quello che si trova scritto nei fumetti.
Ma quella sera, in quel negozio, non c’era nessun fumetto da raccontare!
Giorgio tornò a sudare di paura in tutto il corpo. Aveva sparato un colpo di pistola. Dove era finito il proiettile? Aveva colpito il rapinatore?
Lo sentì urlare dolorante “Ah!”. Lo vide ricurvo sul busto, le macchie di sangue in testa provocate dai vetri dello scaffale contro cui aveva urtato.
Si sentiva tremare le mani e le braccia, gocce di sudore gli scendevano lungo il viso, arrivavano amare in bocca.
Tremante appoggiò la pistola sul bancone, andò verso il rapinatore, si accovacciò, lo sollevò di peso sul busto, gli appoggiò la testa sulla scaffalatura dietro, ammorbidendo il duro del legno di una mensola, con un libro aperto a fargli da cuscino.
Il primo pensiero che gli sovvenne fu quello che fosse morto. Tastò un polso. Il cuore batteva ancora. Fece un profondo sospiro di sollievo!
Il rapinatore cominciò ad emettere dei rantolii di dolore. Giorgio sudava freddo ancora. Era preso dal panico, e non decideva su quale fosse la mossa migliore da fare.
In testa gli scorrevano disordinatamente una serie di idee. Portare il corpo lontano dal negozio? Fare finta che la rapina non fosse avvenuta? Impossibile. C’era di mezzo lo sparo. Qualcuno di sicuro lo aveva sentito! Ma alla fine fu un profondo senso di pietà umana a dirgli di non farlo. Scartò l’idea!
Pensò di uscire in strada per chiedere aiuto. Chi avrebbe potuto incontrare, a quest’ora, disposto a comprenderlo e ad aiutarlo? Scartò anche questa seconda idea!
Nel frattempo aveva sfilato la calza dalla testa del rapinatore, si era preoccupato dove lo avesse colpito. Notò una macchia di sangue in pieno sterno, sulla parte sinistra.
Corse a prendere la cassetta del pronto soccorso, ne estrasse della garza che portò all’altezza del foro per arginare la fuoriuscita di sangue.
Il rapinatore, stordito, continuava a rantolare dolorante.
Giorgio pensò come terza opzione di chiamare la polizia! “Sì!”, pensò deciso. Chiamare la polizia gli sembrava la cosa più giusta. Era innocente, non aveva nulla da temere! Quello sparo era stato esploso accidentalmente. In più era avvenuto dentro al suo negozio, in casa sua. Si trattava di semplice, legittima, sacrosanta legittima difesa!
Queste considerazioni lo rincuorarono. Si fece coraggio e decise che avrebbe chiamato sua moglie, poi avrebbe chiamato una ambulanza e chiesto a sua moglie di avvisare la polizia.
Così fece. Quando ebbe finito con le telefonate, prese la sua pistola e raccolse quella del rapinatore per riporle in un posto appartato. Quando afferrò la pistola del rapinatore ebbe un sussulto.
Era una pistola-giocattolo, di quelle ad aria compressa che sparavano pallini di gomma. Alla fine della canna era stata tolta la guarnizione colorata, rendendola in tutto e per tutto simile a una pistola mortale!
Per l’ennesima volta, in quel maledetto frangente della sua vita, Giorgio cominciò a sudare freddo, ad essere pervaso da un senso di paura e angoscia! Potevano accusarlo di qualcosa? Sarebbe stato arrestato? Avrebbero potuto accusarlo di omicidio? Processarlo e sbatterlo in carcere?
In pochi istanti la testa gli sembrò scoppiare per tutte queste domande! Osservo quel giovane uomo che aveva tentato di rapinarlo!
“Con un giocattolo sei venuto a rapinarmi! Vigliacco!”-esclamò a denti stretti, rabbioso, angosciato e…incredibilmente immerso in un terribile incubo che non voleva credere, sentire reale!
Aveva voglia di picchiare quel giovane uomo fino ad esaurire tutte le forze che gli erano rimaste in corpo, ma riuscì a dominarsi!
Picchiò 2 pugni su una parete del bancone, poi tremante, esausto, inerme di fronte a tutto, si procurò una bottiglia d’acqua, 2 bicchieri, e si sistemò paziente di fianco al suo rapinatore in attesa che qualcuno arrivasse.
Passarono 15 minuti prima che Giorgio potesse sentire in lontananza una prima sirena avvicinarsi. Si riprese dal dormiveglia in cui era caduto. Diede un’occhiata al suo indesiderato ospite. Rimaneva privo di sensi, il respiro affannoso e irregolare. Non rantolava più.
Giorgio aprì gli occhi mettendo a fuoco l’immagine annebbiata di una persona vestita con un camice bianco. Era un medico del Suem, ed stava entrando nel nogozio.
“E’ da qui che ci avete chiamati? E’ stato lei a contattare il 118?”-chiese il medico rivolgendosi a Giorgio che aveva gli occhi aperti e lo guardava.
“Sì, sì! Sono stato io a chiamarvi!”-disse Giorgio rialzandosi. Si sentiva dolorante su tutta la schiena, e si sentiva le gambe come pezzi di legno da muovere pesantemente.
Entrarono altre due persone in divisa bianca. Andarono verso il rapinatore e ne verificarono le condizioni.
“Dottore!”-disse uno dei due entrati per ultimi, per forza 2 infermieri-”La persona sdraiata a terra ha una ferita da arma da fuoco all’altezza dello sterno! Più precisamente è a pochi centimetri dal cuore e dal polmone! E’ probabile sia stato un proiettile di piccolo calibro a colpirla!”
Giorgio fece un sorriso amaro e disse: “La pallottola è una calibro 9! L’ho sparata io! Io ho colpito la persona sdraiata a terra!”. Svuotato di ogni forza si appoggiò sul bancone.
L’altro infermiere si era preoccupato di portare all’interno la barella. L’infermiere a fianco del rapinatore disse con tono preoccupato:” Dottore, ha perso molto sangue, bisogna far presto!”.
Mentre parlava sterilizzò e coprì la ferita con della garza pulita.
Il dottore si rivolse verso Giorgio con una espressione grave e chiese: “Da quanto tempo è stato sparato il colpo di pistola?”.
“Dottore, Lei non si rende conto di cosa io stia passando! Non so, non lo so da quanto tempo ho esploso quel colpo di pistola!”.
Il bacino e parte della schiena appoggiati al bancone, Giorgio non desiderava altro che di essere in qualsiasi luogo del mondo in quel momento, fuorchè in quel negozio, il suo negozio di tabaccaio, con quelle persone, in quella situazione, dopo aver fatto quello che aveva fatto perché aveva subito quel che aveva subito!
Il peggiore degli incubi che aveva fatto nella sua vita, o di cui aveva sentito parlare, erano situazioni lievi in confronto!
Pochi minuti dopo l’arrivo dell’ambulanza il marciapiede e la strada più prossimi al negozio, apparivano da distante come una sorta di luna park, con tutte quei lampeggianti di ambulanza, polizia e vigili urbani, filari di nastro plasticato e riflettente che amplificavano le luci, e delimitavano la zona dove si muovevano persone in divise, riflettenti e brillanti anche quelle.
Arrivò anche Maria, la moglie di Giorgio. Si era precipitata il più presto possibile. Aveva un carattere apprensivo, ma non si lasciava prendere da crisi di panico. Nemmeno nelle situazioni più drammatiche.
Appena arrivata andò verso suo marito. Senza dire una parola lo accarezzò in testa, avvicinò il viso a quello del marito, lo baciò affettuosamente su una guancia.
Lui le rivolse lo sguardo, uno sguardo docile, esausto, sconfitto. Quella sconfitta, forse, era riferita ad una vita intera!
Nel gran trambusto che per parecchio tempo ci fu tra il negozio e lo spazio antistante il negozio stesso, un poliziotto vestito in giacca e cravatta si avvicinò a Giorgio e a sua moglie.
Si presentò:” Buonnaserra, sonno il vigegommissarrio Calogero Imposimato!”.
Il suo italiano era pronunciato nel modo tipico di persone provenienti da regioni meridionali.
“Le devvo chiedere di venire con me in Questura per rilasciare una dichiarazione e ricostruire l’accadutto!”. Il vicecommissario aveva modi, tono e parole perfettamente adeguate al suo ruolo burocratico.
La moglie di Giorgio di fronte a tanta fredda compostezza ebbe uno scatto d’ira e d’orgoglio. Pronunciò in maniera animata: “Ma insomma! Lei ha un minimo di cuore? Si rende conto di che cosa ha dovuto affrontare mio marito? Lasciatelo in pace in questo momento! Voi e le vostre regole! Non avete rispetto dei cittadini onesti che lavorano, e che perdipiù subiscono crimini senza essere protetti da voi, voi che siete LE FORZE DELL’ORDINE!”.
Si trattenne dallo scoppiare a piangere. Aveva perso la sua proverbiale compostezza. Giorgio le poggiò le mani sulle spalle per sostenerla e le sussurrò: “Su amore, non fare così! E’ tutto ok, non preoccuparti!”.
“Signora”-intervenne il vicecommissario-”Faccio solo il mmio ddovere! Io e i miei golleghi siamo venuti qui perché una telefonata ci ha avvisati di una rapina avvenuta! Ci siamo precipitati appena possibile”. Riprese fiato e continuò: “Le posso assicurare che con i pochi mezzi che oggi abbiamo facciamo i miraggoli per fare risbettare la legge”. Parlava tenendo una posizione del corpo orgogliosamente eretta, scandendo le parole con precisione sillabica.
Giorgio e sua moglie erano commercianti veneti da generazioni, rispettosi della legge, ma poco propensi ai cavilli della burocrazia, ai modi di pensare che questa formava nelle persone.
“Ho capito, ma perché deve chiedere a mio marito di seguirla in Questura a quest’ora della sera, dopo che ha visto che cosa gli è successo?!”.
“Signora!”-disse con tono imperioso il vicecommissario-”Qui c’è una persona che è stata ferita da un colpo di arma da fuoco! Il medico ha detto che la situazione è grave!”.
Il rapinatore era stato caricato su una barella, sull’ambulanza che per prima era arrivata sul luogo della rapina, e a tutta velocità portato al più vicino ospedale.
“Le sue condizzioni(del rapinatore) sono state giudicate dal medico intervenuto decisamente serie! Dobbiamo chiarire la dinamica del fatto anche per tutela di suo marito”.
Giorgio sorrideva istericamente, svuotato di ogni forza fisica, deluso in ogni proponimento morale o altro. Trattenne la moglie che voleva controbattere. Voleva che quel poliziotto lasciasse che lei e suo marito potessero tornare a casa, per riprendersi dal quel maledetto episodio!
A chiudere ci avrebbero pensato degli altri familiari che stavano per sopraggiungere.
Non ci fu nulla da fare. Giorgio fu fatto accomodare in una macchina della polizia e accompagnato in Questura per rilasciare una sua dichiarazione sullo svolgimento dei fatti.
Furono 3 ore tremende per Giorgio. Per tutto il tempo rimase seduto su una sedia in plastica, dentro ad una stanza di tre metri per tre, di fronte ad un poliziotto che digitava sulla tastiera di un computer. Vicino, in piedi, il vicommissario Imposimato camminava da un lato all’altro di quella stanza rivolgedo una miriade di domande per avere una miriade di risposte. Si dovevano accertare i fatti! Nè più, né meno!
D: “A che ora è entrato il ladro?”……….R: “Dopo le 19.30. Avevo la saracinesca mezza…e via di seguito a raccontare per filo e per segno quello che ricordava. La voce gli scappava fuori dalla gola e dalla bocca rendendogli affannoso il respiro.
D: “Può essere più preciso nell’orario?”……. R: “No, mi dispiace. Non avevo…e via a dire che non aveva l’orologio sotto gli occhi, che lo spavento era stato tale che guardare l’orologio non era stata una sua preoccupazione. Poteva capire la polizia?
D: “Lei al momento in cui il rapinatore è entrato che cosa stava facendo?”…..R: “Stavo ultimando il conteggio dell’incasso giornaliero…e via a dire che era la normale routine prima di spegnere le luci , abbassare le saracinesche e… tutte le cose che da oltre dieci anni faceva ogni sera, prima di tornare a casa!
Chiese al vicecommissario se mai avesse avuto a che fare con dei commercianti proprietari di negozio!
Come risposta ottenne: “Non faccia dell’inutile ironia, Sig. Beltramin! Non fa altro che allungare la sua permanenza in questo ufficio!”.
Quando le domande del vicecommissario finirono, si erano fatte le 2 di notte. L’ultimo atto burocratico da espletare fu rilasciare una spontanea dichiarazione, sintetica ed esauriente su tutto quanto ciò che era accaduto. La sua dichiarazione fu: “Ho agito per difendermi legittimamente. Non sapevo, non avevo compreso che l’arma del rapinatore fosse una pistola giocattolo funzionante ad aria compressa. Lo sparo esploso dalla mia pistola posseduto a norma di legge, è stato un drammatico incidente avvenuto in una situazione in cui io ho sventato la rapina alla mia tabaccheria. Dispiaciuto di tutto l’accaduto, mi dichiaro vittima di quanto accaduto, e perciò del tutto innocente”.
Firmò l’intero verbale e la sua ultima dichiarazione con una pessima scrittura. Uscì da quella stanza di tre metri per tre, andò verso un corridoio dove era sistemato un telefono pubblico a moneta. Telefonò a sua moglie. L’iter burocratico post-rapina era terminato, poteva tornare a casa!
Le drammatiche emozioni della rapina, le fatiche delle pratiche burocratiche che ne seguirono, erano una cosa che Giorgio aveva imparato a sopportare con una passività che mai aveva conosciuto nella sua vita fatta di lavoro, intraprendenza, voglia di fare!
Quando arrivò a casa cadde sul letto come un peso morto. Si addormentò senza avere il tempo di spogliarsi e sua moglie non tentò di farlo!
I giorni successivi alla rapina sia i giornali, sia le tivù locali, diedero risalto alla notizia, riportando i particolari quasi mai nella reale versione. Si scoprì che il rapinatore era un giovane slavo dei paesi dell’Est, in Italia con un regolare permesso di soggiorno e con tutta la sua famiglia.
Aveva lavorato come muratore per brevi periodi, alcune volte in regola, altre volte in nero. Aveva precedenti penali per spaccio di droga e ricettazione.
Il Veneto di quegli anni era una sorta far-west dove la criminalità imperversava a scapito di cittadini laboriosi, molte volte benestanti, e sempre ignari di quando sarebbe arrivato il loro turno per essere visitati da criminali quasi sempre provenienti da fuori Veneto. E molte volte anche da fuori Italia!
Le forze dell’ordine non erano in grado di arginare un fenomeno criminale che sempre più minava il Veneto, la sua società!
Il turno di Giorgio Bergamin era arrivato! Quello che ancora non era arrivato per Giorgio, era una serie incredibile di conseguenze a cui nemmeno Aghata Cristhie avrebbe saputo pensare nel più diabolico dei suoi romanzi gialli!
Il rapinatore rimase all’ospedale una settimana. Ricoverato nel reparto di terapia intensiva, fu operato la notte stessa della rapina. Gli fu estratto un proiettile calibro 9 che, a pochi centimetri dal cuore, aveva però perforato il polmone sinistro, compromettendo per ore e ore la circolazione corporea.
A questo si era aggiunta la perdita di oltre 1 litro di sangue!
La respirazione artificiale a cui venne sottoposto, e le varie trasfusioni di sangue, bastarono a tenere accese le speranze per 7 giorni. Continuò a respirare, ma non riprese mai conoscenza, ed al 7 giorno il video dove si disegnava lo zig-zag verde fluorescente del funzionamento del cuore, rimase una lunga, dritta, fluorescente, accompagnata da un TI-TI-TI cadenzato come un requiem elettronico!
Il rapinatore smise di dare segni di vita al settimo giorno dalla rapina che aveva fatto nella tabaccheria di Giorgio Bergamin, un tabaccaio del Veneto!
Giorgio Bergamin ricevette la notizia la mattina seguente alla morte del rapinatore. Dopo la rapina aveva deciso di prendersi un periodo di pausa per dimenticare la drammatica esperienza.
A comunicargli la notizia fu il vicecommissario Imposimato, lo stesso che la sera della rapina lo aveva interrogato.
Quella mattina Giorgio stava guardando la televisione, stravaccato sul letto come quando era adolescente, e né sua madre, né nessun altro riusciva a dargli regole.
Sentì suonare il campanello mentre gli occhi si barcamenavano in un pigro dormiveglia. Fece un piccolo sobbalzo, pensando a chi potesse essere il rompianime di turno.
Andò alla porta e chiese chi era. “Vicecommissario Imposimato! Si ricorda di me?”-si sentì rispondere Giorgio con una voce che purtroppo gli era diventata familiare.
Aprì la porta e: “Buongiorno!”-disse con tono forzatamente entusiasta.
Il vicecommissario abbozzò un sorriso di compiacimento, ma la sua espressione non prometteva niente di buono.
Giorgiò lo capì e continuando in un forzato entusiasmo chiese: “E’ successo qualcosa? C’è qualche novità che mi riguarda? Spero siano novità piacevoli!”.
Il vicecommissario accennò un sorriso. In maniera grave disse: “Caro Ssignor Giorgio, mi sono sentito in dovere di venirla ad informare di persona. Le dico fin da ora che mi dispiace veramente, ma tengo a sottollineare ggome io faccio soldanto il mio dovere!”.
Giorgio fu preso da uno stato d’ansia e da una improvvisa, quanto anomala sudorazione. Sentiva sensazioni molto simili a quelle provate durante la rapina!
Disse deciso verso il suo ospite: “Dott. Imposimato, parli! Non mi tenga sulle spine!”.
Il vicecommissario sputò fuori tutto quello che doveva dire: “Il rapinatore a cui Lei ha sparato 7 giorni fa è morto questa mattina presto! Il fascicolo del caso è stato trasmesso alla Procura della Repubblica affinché il Pubblico Ministero ne prenda visione! L’ipotesi di reato è quella di eccesso di legittima difesa, aggravato dal fatto di aver commesso un omicidio colposo!”.
Giorgio sbiancò in viso, spalancò gli occhi, si irrigidì con tutto il corpo, prese a indietreggiare mantenendo a stento l’equilibrio!
“Ma…ma…ma cosa sta dicendo? Si rende conto di quello che dice?”-disse in modo balbettante, incredulo.
“No, mi dispiace veramente! Il rapinatore era un giovane che proveniva da un paese dell’Est Europa! Era in Italia da alcuni anni e viveva con la madre e un fratello minorenne! La madre è una donna malata, non in grado di lavorare. Il fratello va ancora a scuola. Loro hanno detto che il familiare che Lei ha ucciso era l’unico sostegno della loro vita. Per questo hanno assunto un avvocato!”. Il vicecommissario disse tutto questo senza mai riprendere fiato.
Giorgio era appoggiato con la schiena ad un muro. Descrivere lo stato d’animo in cui si trovava in quel momento era impossibile!
Si sentiva proiettato in una indefinita dimensione diversa dalla vita reale! Probabilmente nella peggiore delle dimensioni spazio-temporali in cui poteva essere catapultato!
Aveva capito che quella rapina diventava una cosa seria, problematica, ma non capiva in che senso la cosa si sarebbe avverata. Lo chiese al vicecommissario.
La voce gli usciva inerte, senza la minima espressività: “Che cosa significa tutto quello che lei mi ha appena detto in maniera giuridica?”-aspettò un attimo, poi riformulò-”In poche parole….cosa devo aspettarmi, che cosa devo far subire a mia moglie e agli altri miei familiari?”.
Nella mente gli passarono di fronte le immagini di sua moglie, i suoi genitori, suo fratello, i suoi zii e cugini. In quegli attimi si sentì miracolato a non avere figli!
I sensi di colpa verso le persone coinvolte perché gli vivevano accanto, erano una costante lacerazione del suo orgoglio veneto!
Il vicecommissario Imposimato non era più il freddo, inflessibile burocrate di 7 giorni prima! I suoi occhi erano lucidi. Si creava un riflesso di luce su due lacrime che uscivano, una per occhio.
“Le due ipotesi più probabili sono…”-cominciò a spiegare tenendo un tono di voce basso e rauco-”…l’eccesso di legittima difesa e l’omicidio colposo! Bisognerà consultare l’atto presentato dall’avvocato della parte querelante per capire con precisione come si svilupperà la vicenda”.
Improvvisamente anche il suo italiano si era pulito da ogni inflessione meridionale. Lento e grave, misurava ogni parola, ogni concetto che rivolgeva a Giorgio.
Giorgio pronunciò con voce straziata: “Da vittima a colpevole? Questa è la giustizia italiana?”.
Tentennò sulle gambe, ebbe un giramento di testa, quasi uno svenimento. Il vicecommissario si protese verso di lui, lo afferrò ad un braccio e lo sostenne.
“Non si agiti, sig. Giorgio! Capisco la sua rabbia, ed è giusto che si sfoghi, ma la prego…non si faccia del male”. Pronunciando questa raccomandazione i due andarono verso una sedia sistemata nel salotto.
Giorgio si sedette lentamente. Quando fu seduto si buttò indietro come più potette. La testa riversa a guardare il soffitto, le braccia lunghe distese verso il pavimento, le gambe dritte, allineate con il bacino. Si stravaccò come un peso morto. Come si sentiva in quel momento nessuno avrebbe saputo dirlo! Giorgio con la testa riversa aprì gli occhi verso il soffitto, ma non vide il soffitto. Davanti ai suoi occhi c’era un grande, spaventoso buco nero. Giorgio si sentiva sull’orlo di quel buco nero, capace di emanare una specie di misteriosa forza magnetica che Giorgio sentiva agire in ogni parte del suo corpo. Lo teneva con forza e, piano piano, lo trascinava dentro quel buco nero! Giorgio si sentiva debole, incapace di resistere, di reagire. Con gli occhi cercava di capire che cosa c’era in fondo a quel buco nero. Voleva capire dove stava andando a finire. Vedeva solo buio, e quel buio lo annullava!
Nei mesi che seguirono la vita di Giorgio Beltramin, di sua moglie, dei suoi familiari e di tutti coloro che conoscevano Giorgio, conobbe fatti davanti a cui tutti dicevano con semplice scandalo: “Non è possibile! Non ci posso credere!”.
Giorgio fu incriminato per “eccesso di legittima difesa”, e fu condannato a 3 anni di reclusione. Il giorno in cui dovette comparire davanti al giudice per la lettura della sentenza, vennero a prenderlo 2 poliziotti in divisa. Il vicecommissario Imposimato non volle esserci, e mandò soltanto un biglietto per augurare un “in bocca al lupo della vita, sperando che il lupo muoia di una morte atroce”.I due poliziotti ebbero cura di ammanettare Giorgio, come si ammanettavano i rapinatori, farlo salire in macchina per farlo comparire di fronte al giudice che doveva leggergli la sua condanna. 3 anni di carcere, sospesi per la condizionale, in più “l’atto di eccesso di legittima difesa del sig. Giorgio Beltramin ha di fatto privato la famiglia del..” e lesse il nome e il cognome del rapinatore “…dell’unica fonte di sostentamento.” Il giudice leggeva con tono e postura inespressivi, una roccia burocratica che stava travolgendo la vita di Giorgio senza alcuna pietà.
Ai tre anni di reclusione si aggiunsero un risarcimento di 300 mila euro per la famiglia del rapinatore. Giorgio e sua moglie furono spogliati di ogni loro avere, ma non si riuscì mai a raggiungere la cifra totale del risarcimento.
Quando tutto ebbe termine, mentre usciva dall’aula del tribunale, Giorgio urlò a squarciagola “MALEDETA ‘TAGLIA! MALEDETA JUSTISIA!”.
http://news-serenissima.blogspot.it/



One Comment

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *